[Testo] Episodio 159: Mindfulness in Condizioni Estreme

Mentre faccio un ultimo respiro, non penso a niente. Sono allenata a non pensare, perché pensare richiede ossigeno. Ho appena passato alcuni minuti a lasciar andare i pensieri e rilassare il corpo.

Ora sono pronta. Prendo le ultime boccate d’ossigeno, tolgo il boccaglio, compenso la pressione nelle orecchie, e inizio la mia discesa sott’acqua. Con le braccia distese di fronte a me, faccio una mezza capriola in avanti per immergermi. Nella cassa toracica sento i polmoni pieni d’aria fare pressione sugli altri organi, ma so che questa sensazione passerà presto. Allungo un braccio in avanti per distendere il corpo. Ora sono a testa in giù. Inizio a muovere le mie lunghe pinne. Nelle immersioni d’allenamento c’è sempre una fune che funziona da guida. La seguo. Ogni colpo di pinna mi porta sempre più verso il fondo del mare.

In questo breve lasso di tempo il mio corpo ha perso via via galleggiabilità a causa dell’aumento della pressione. Lo percepisco dal fatto che muovere le pinne diventa sempre più facile. Rallento il ritmo della pinneggiata e a dieci metri di profondità il mio assetto diventa neutro. Non ho peso. Per scendere ancora di più mi basta un leggero colpo di pinna.

Qualche altro colpo di pinna e raggiungo i quindici metri. Qui succede qualcosa di magico. Il volume dei miei polmoni è la metà di quello normale, e il mio assetto diventa negativo. Comincio ad affondare. L’oceano mi accompagna verso il fondo, come se finora avessi sceso a piedi delle scale e di colpo fossi salita su un ascensore.

Proprio in questo momento accade qualcosa di straordinario. Dó un ultimo colpo di pinna e con quella spinta entro in una corrente liquida di energia che mi trascina naturalmente verso il basso.

Smetto di pinneggiare. Non muovo più il corpo. Riduco al massimo la mia superficie per essere il più possibile idrodinamica. Sono in caduta libera, come un sasso lanciato nell’acqua. Completamente rilassata, con le gambe appena piegate. Non muovo un muscolo. Nessuna tensione nel corpo, perché la tensione sottrae energia. Sento l’acqua che mi scorre addosso e vedo i cartellini attaccati alla fune che sfilano via verso i miei piedi, segno evidente che mi sto muovendo. Di fatto, sto accelerando. L’acqua scorre più veloce, i cartellini anche. Da sveglia, non mi sono mai sentita così eterea, evanescente come un sogno. È un’esperienza così particolare che i miei sensi vanno in tilt. Sono io che sto scendendo o è tutto il resto che sta salendo?

Il trucco è rimanere presente nel qui e ora. Non pensare al futuro o al passato. Non paragonare quello che provo con nient’altro. Non giudicare i miei pensieri. Non forzare nulla. Semplicemente essere. Per questo l’apnea induce uno stato mentale così alterato, direi meditativo. Perché in apnea il qui e ora è piuttosto strano; è come essere in un sogno. È fondamentale accettare appieno lo stato di sogno, e abbracciarlo.

Rimanere consapevole fà in modo che la paura non si infiltri nella mente. La paura è il nemico principale dello stato di sogno. Se il mio cervello razionale prendesse il sopravvento e si rendesse conto della profondità a cui mi trovo, potrei andare in panico. Potrei anche fare una sciocchezza tipo guardare in alto per vedere quanto è distante la superficie. Ma guardare in alto servirebbe solo ad alimentare la paura. Potrebbe farmi entrare in una spirale di angoscia difficile da fermare. Prestare attenzione soltanto alla fune di fronte a me e non a quella sotto o sopra di me, mi aiuta a rimanere concentrata su dove sono ora. Non su dove sto andando, e nemmeno da dove arrivo. Ma su dove sono. Proprio come un maratoneta non può pensare a quanti passi gli mancano per arrivare al traguardo, ma deve concentrarsi sul passo che sta facendo adesso, momento dopo momento.

Un simile controllo mentale lo puoi ottenere solo in uno stato di concentrazione rilassata. Non puoi forzare la mente, altrimenti rischi di innescare paura e frustrazione, emozioni che tendono ad auto alimentarsi e quindi a consumare ossigeno. Non posso soffermarmi su pensieri negativi del tipo “come faccio se non riesco a tornare su?” oppure “caspita sono scesa parecchio, cosa diavolo ci faccio qui?”, perché quei pensieri potrebbero favorire l’insorgere della paura.

Il segreto dell’apnea libera è rimanere rilassati durante la discesa e abbandonarsi all’abbraccio dell’oceano. Il segreto è lasciare andare. Non posso farmi prendere dalla paura o dalla smania di controllo. Nell’apnea non sono i benvenuti. Se arrivano, è finita. Lasciarli andare mi insegna ad abbracciare l’incertezza senza preoccuparmi troppo. Mi insegna a sentirmi a mio agio anche nel mio disagio. L’apnea mette alla prova la mia capacità mentale di accettare l’insicurezza, come quei training aziendali in cui ti lasci cadere dall’alto tra le braccia dei tuoi colleghi. Devo aprirmi all’oceano. Se sono cocciuta e rigida, fallirò. Se sono tesa e impaurita, fallirò. L’unico modo per farcela è aprirmi all’oceano e arrendermi alle sue profondità.

Sono a trenta metri. Ho perso la cognizione del tempo. Non c’è un prima e non c’è un dopo. C’è solo questo momento. Non guardo su e non guardo giú. Guardo solo la fune di fronte a me. Calma e pazienza sono fondamentali. Se lascio che la mia mente cominci a divagare, potrebbe farsi domande del tipo “cosa succederebbe se”. Domande che sono l’anticamera della paura. Non perdo concentrazione.

Sono a quaranta metri. Tutto è calmo e silenzioso. Per conservare ossigeno lascio andare ogni tensione corporea e mi lascio affondare, completamente rilassata. La mia discesa è costante, non ho fretta. Lascio che la fune scorra nella mia mano, e aspetto. La mia forza sta tutta nell’equilibrio mentale.

Sono a cinquanta metri. Non so quanto tempo è passato ma in realtà nemmeno ci penso perché potrebbe venirmi paura. Mi dico che il tempo non esiste. Esiste solo l’adesso. L’unica cosa a cui presto attenzione è la fune di fronte a me. Giù nelle profondità del mare è dove di solito gli apneisti crollano. Se lascio che il dubbio si insinui nella mia mente, il fallimento è garantito.

Mentre mi avvicino al punto di ritorno, le contrazioni del diaframma iniziano a farsi sentire. Ormai sono sensazioni familiari, e le accolgo dando loro il benvenuto. Il mio addome è scosso da spasmi involontari.

Giro il corpo sottosopra, delicatamente, in modo da non sforzare i miei polmoni tesi.

Ora la testa è rivolta verso l’alto. Dò un leggero strattone alla fune e inizio a pinneggiare verso la superficie. Ora devo vincere la forza di gravità. Far affondare il sasso è stato facile, riportarlo su è più difficile. Muovo le pinne con più forza, è come essere nelle sabbie mobili. L’acqua intorno a me cambia via via colore, e diventa più chiara mentre mi avvicino alla superficie.

La mia attenzione è sempre sulla fune. Non penso da dove vengo e non penso a dove sto andando. Penso a dove sono. Sento meno resistenza nel pinneggio, e poco a poco rallento per compensare.

Il tempo vola, e prima che me ne accorga sono di nuovo in assetto neutro, a dieci metri dalla superficie. Ma non sono ancora fuori pericolo. Ora il mio assetto è positivo e posso pinneggiare molto lentamente, ma devo rimanere presente perché questa è la parte più pericolosa dell’immersione.

Con il volto rilassato e la mente concentrata, dò ancora qualche colpo di pinna. La mia mano scorre lungo la fune mentre scivolo per gli ultimi metri verso la superficie.

Riemergo dall’acqua. Sento di nuovo l’aria fresca sulla faccia ed espiro immediatamente. Poi faccio una lunga e profonda inspirazione fino a riempire completamente i polmoni, ed espiro alcune volte mentre scambio uno sguardo con il mio compagno. Sento il mio corpo rivitalizzato dall’ossigeno. È una sensazione incredibile. Dico al mio compagno che va tutto bene e insieme festeggiamo il buon esito dell’immersione.

Dentro di me penso “che esperienza spirituale che è stata!”. Mi sento viva, e non riesco a credere quanto tutto sia stato intenso e allo stesso tempo tranquillo.

Allora mi dico “non dubitare mai, questo è solo l’inizio. E ti stupirai di quello che puoi fare”.