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Mindfulness significa stare per un momento con ciò che è e fidarci di quello che di più profondo e di migliore c’è in noi stessi, anche se per la mente pensante questo non ha alcun senso.

Dato che siamo molto di più che non la somma dei nostri pensieri e idee e opinioni – compresi i pensieri su chi siamo e sul mondo, e sulle storie e le spiegazioni che ci andiamo raccontando su tutto quanto – lasciarci cadere nella nuda esperienza del momento presente vuol dire in realtà lasciarci cadere proprio nelle qualità che vorremmo coltivare: esse provengono tutte dalla consapevolezza, ed è proprio nella consapevolezza che cadiamo quando smettiamo di cercare di andare da qualche parte o di provare una sensazione speciale per consentirci finalmente di essere proprio là dove siamo, di stare con quello che proviamo proprio in questo momento.

Jon Kabat-Zinn

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Solo quando lasciamo andare i motivi per cui abbiamo iniziato a praticare, solo allora inizia la pratica autentica. La Mindfulness non è migliorare sé stessi. E’ al nostro Ego che interessa “migliorare”, “raggiungere obiettivi” o “ottenere risultati”. Quando sediamo in meditazione, non c’è nulla da raggiungere e niente da cambiare o migliorare.

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Mi capita di vedere persone che “scoprono” la Mindfulness per la prima volta e iniziano a praticare con grande entusiasmo. In alcuni casi tale entusiasmo è motivato dall’immaginare quali straordinari e immediati benefici si potranno ricevere dalla meditazione. Tra questi, quelli che sento con maggiore frequenza sono eliminare l’ansia e lo stress, risolvere problemi personali o lasciarsi alle spalle un periodo di depressione.

Queste fantasie esagerate non possono essere alimentate all’infinito e quando, prima o poi, la difficoltà a realizzarle diventa evidente, il neo-praticante cade in preda allo sconforto e alla delusione. E talvolta abbandona la pratica liquidandola come inefficace o inadatta. In generale mi sento di poter dire che trattasi di meditante in fuga dalla sofferenza della vita.

L’infatuazione per la pratica è una forma di samudaya, un’energia che si manifesta come reazione di evitamento nei confronti della sofferenza. Il disappunto, invece, fa parte per così dire delle reazioni avverse della pratica, uno stato non propizio indotto dall’aver intrapreso un sentiero meditativo con motivazioni fuorvianti.

La pratica richiede pazienza, fiducia, impegno e disciplina. L’unico modo è innamorarsene.

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Nel post precedente ho accennato a due metodi per uscire dal pilota automatico, tornare al corpo e risvegliarci durante la nostra vita quotidiana. Gli stessi metodi possiamo utilizzarli anche per conoscere gli stati mentali e le tendenze emotive che abitano in noi.

Magari c’è rabbia, che si manifesta in diverse forme. All’inizio è importante vederla come il frutto della medesima radice avversiva che dà vita ad altre emozioni, come la paura. Diamole un nome, sentiamo come si manifesta nel corpo, notiamo se è solida e immutabile oppure amorfa e cangiante, e osserviamo quando passa. A quel punto, com’è nel nostro corpo-mente?

E’ importante fare questo lavoro di consapevolezza con tutti gli stati mentali, siano essi piacevoli, spiacevoli o neutri. Possiamo scegliere due o tre etichette così da non complicare troppo la pratica: ad esempio paura, tristezza, gioia. La pratica qui non consiste nel definire alla perfezione il nostro stato mentale, quanto notare che questo strato di esperienza sorge e passa in base a cause e condizioni, è in costante flusso e non abbiamo modo di controllarlo. Così facendo, con il tempo, possiamo imparare a dis-identificarci da quello stato mentale, possiamo imparare a non considerarlo come “io” o “mio”. Diversamente, non faremo altro che aggiungere ulteriore sofferenza alle nostre vite.

La pratica di Mindfulness è uno strumento delicato e straordinariamente efficace per coltivare il benessere nostro e delle creature che ci circondano. Cosa aspettiamo a praticare?

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