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Solo quando lasciamo andare i motivi per cui abbiamo iniziato a praticare, solo allora inizia la pratica autentica. La Mindfulness non è migliorare sé stessi. E’ al nostro Ego che interessa “migliorare”, “raggiungere obiettivi” o “ottenere risultati”. Quando sediamo in meditazione, non c’è nulla da raggiungere e niente da cambiare o migliorare.

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Mi capita di vedere persone che “scoprono” la Mindfulness per la prima volta e iniziano a praticare con grande entusiasmo. In alcuni casi tale entusiasmo è motivato dall’immaginare quali straordinari e immediati benefici si potranno ricevere dalla meditazione. Tra questi, quelli che sento con maggiore frequenza sono eliminare l’ansia e lo stress, risolvere problemi personali o lasciarsi alle spalle un periodo di depressione.

Queste fantasie esagerate non possono essere alimentate all’infinito e quando, prima o poi, la difficoltà a realizzarle diventa evidente, il neo-praticante cade in preda allo sconforto e alla delusione. E talvolta abbandona la pratica liquidandola come inefficace o inadatta. In generale mi sento di poter dire che trattasi di meditante in fuga dalla sofferenza della vita.

L’infatuazione per la pratica è una forma di samudaya, un’energia che si manifesta come reazione di evitamento nei confronti della sofferenza. Il disappunto, invece, fa parte per così dire delle reazioni avverse della pratica, uno stato non propizio indotto dall’aver intrapreso un sentiero meditativo con motivazioni fuorvianti.

La pratica richiede pazienza, fiducia, impegno e disciplina. L’unico modo è innamorarsene.

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Nel post precedente ho accennato a due metodi per uscire dal pilota automatico, tornare al corpo e risvegliarci durante la nostra vita quotidiana. Gli stessi metodi possiamo utilizzarli anche per conoscere gli stati mentali e le tendenze emotive che abitano in noi.

Magari c’è rabbia, che si manifesta in diverse forme. All’inizio è importante vederla come il frutto della medesima radice avversiva che dà vita ad altre emozioni, come la paura. Diamole un nome, sentiamo come si manifesta nel corpo, notiamo se è solida e immutabile oppure amorfa e cangiante, e osserviamo quando passa. A quel punto, com’è nel nostro corpo-mente?

E’ importante fare questo lavoro di consapevolezza con tutti gli stati mentali, siano essi piacevoli, spiacevoli o neutri. Possiamo scegliere due o tre etichette così da non complicare troppo la pratica: ad esempio paura, tristezza, gioia. La pratica qui non consiste nel definire alla perfezione il nostro stato mentale, quanto notare che questo strato di esperienza sorge e passa in base a cause e condizioni, è in costante flusso e non abbiamo modo di controllarlo. Così facendo, con il tempo, possiamo imparare a dis-identificarci da quello stato mentale, possiamo imparare a non considerarlo come “io” o “mio”. Diversamente, non faremo altro che aggiungere ulteriore sofferenza alle nostre vite.

La pratica di Mindfulness è uno strumento delicato e straordinariamente efficace per coltivare il benessere nostro e delle creature che ci circondano. Cosa aspettiamo a praticare?

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Le prime tre fasi dell’Insight Dialogue, la meditazione interpersonale creata da Gregory Kramer, sono a tutti gli effetti una riformulazione della pratica di Mindfulness: Pause – Relax – Open, ovvero disattiva il tuo pilota automatico tornando al corpo, rilassati e accogli quello che c’è, e infine espandi la tua consapevolezza anche a ciò che ti circonda. Strutturata, breve e semplice, se non fosse che per noi umani perennemente indaffarati e spesso distratti, la prima fase, il Pause, è la sfida più difficile da superare. Il motivo? Perché rimaniamo immersi nella nostra inconsapevolezza senza (quasi) mai rendercene conto. Due rimedi possono aiutarci a spezzare questo circolo vizioso: in primo luogo, una pratica formale costante che riprogrammi la nostra attenzione verso “risvegli” spontanei durante la giornata; secondariamente, farci aiutare da supporti tecnologici e non, ad esempio suoni del telefonino o post-it appiccicati su oggetti d’uso quotidiano, che funzionino da promemoria per uscire dal continuo flusso di pensieri e contenuti mentali che ci accompagnano da mane a sera, e a volte anche di notte.

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