[Testo] Episodio 122: La Bellezza Come Oggetto di Meditazione

Come mi accade ormai da sempre, anche l’anno scorso, con l’arrivo dell’autunno, il mio umore si è incupito. Al lavoro fissavo il computer ed ero sempre sul punto di piangere. A casa, contavo i minuti che mancavano per andare a dormire. Mi alzavo comunque presto al mattino, con le migliori intenzioni di dedicarmi alla lettura e alla scrittura, ma poi rimanevo sul divano a trastullarmi pigramente con il telefonino. Mi sentivo come disconnesso dalla realtà. È stato allora che il mio psichiatra mi ha modificato la cura e mi ha suggerito di comprare una lampada per la fototerapia. “Sta arrivando l’inverno” mi ha detto senza un briciolo di ironia.

E l’inverno arrivò, proprio mentre io e mia moglie ci stavamo preparando per andare in Svezia a passare il Natale con i suoi. Due settimane all’estero mi avrebbero dato modo di staccare un po’ dalla mia depressione e calmare la giostra di pensieri che avevo in testa, che produceva solo una grande infelicità. Dai parenti di mia moglie saremmo stati otto, accalcati in una piccola casa su un’isola. Per prepararmi a quella situazione decisi di andare prima da solo in un convento a Lund, dove un caro amico appena laureato stava studiando per diventare prete. Speravo di poter passare del tempo con lui a riposarmi, a leggere e a meditare.

In Svezia però a Dicembre è quasi sempre buio. Erano passati molti anni dalla mia ultima visita invernale e me n’ero dimenticato. Nel tragitto dalla stazione al convento mi ricordai che in Svezia non sono le lunghe notti ad essere inquietanti, ma piuttosto i giorni, avvolti in una nebbia grigia come l’alba del Purgatorio.

Arrivato al convento, attraversando il giardino notai delle sagome scure che si muovevano nei cespugli fuori dalla finestra del mio amico. Mi avvicinai e vidi delle cinciallegre attorno a una mangiatoia. Beccavano semi di girasole. Avevo sempre pensato alle mangiatoie per uccelli come a un passatempo per pensionati. La mia prima esperienza da bambino era stata quella di un vicino di casa che aveva minacciato di chiamare la protezione animali nel caso in cui i nostri gatti avessero continuato a terrorizzare gli uccellini sulla sua mangiatoia.

Durante la pausa per il té il mio amico mi raccontò quanto gli uccellini gli avessero tenuto compagnia e lo avessero aiutato a sentirsi meno solo durante la stesura della sua tesi. Tra me e me mi domandai se fosse saggio per uno studente neolaureato e squattrinato come lui spendere soldi per del mangime.

Come se non fossi stato già abbastanza depresso prima di partire, l’oscurità dell’inverno svedese mi diede il colpo di grazia. Nei giorni successivi, mentre via via scivolavo in uno stato di disperazione, rimasi sorpreso nel trovare conforto negli uccellini che svolazzavano vicino alla finestra del mio amico. Provai anche invidia per il suo giardino, come se fosse un elemento indispensabile per poter installare una mangiatoia. Poi pensai: non sarò la prima persona che vive in un appartamento a trovarsi in una situazione simile. Così aprii il sito di Amazon, dove avevo cercato le lampade per la fototerapia, e trovai delle mangiatoie da fissare alle finestre del nostro appartamento. “Per Natale mi sono fatto un regalo”, dissi a mia moglie quando la rividi a casa dei suoi.

E cosi una volta tornati a Brooklyn, ad aspettarci c’erano una piccola casetta in plexiglas e due chili di mangime. Pensavamo che gli uccellini si sarebbero accorti del cibo nel giro di uno, due giorni. Ma un mese dopo, la mangiatoia era ancora come nuova. Frequentai forum tematici su internet pensando di poter trovare una soluzione. Invece trovai degli appassionati che si scambiavano ricette per produrre mangime con grasso di cervo e burro d’arachidi (lasciai perdere quando lessi la frase “non faccio bollire il grasso del cervo; appendo la cassa toracica con tutte le interiora”). Da qualche parte però avevo letto di spargere i semi attorno alla mangiatoia e quindi ne misi una manciata sul davanzale. Tre giorni dopo mia moglie mi mandò un messaggio con la foto di una ghiandaia azzurra. Poi arrivarono altre specie: fringuelli, picchi muratori, cardinali rossi, tortore e anche un picchio rosso. Di lí a due settimane avevo già ordinato altri pacchi da 10 chili di mangime e riempivo la mangiatoia ogni giorno.

All’inizio era stata l’assoluta novità a catturare la mia attenzione. Il mio cellulare non poteva certo competere con un picchio rosso che beccava a mezzo metro da me. Poi a un certo punto ho iniziato a osservare gli uccelli, i rituali e gli aspetti più affascinanti di ogni singola specie. Ho visto picchi muratori scivolare lungo le traversine della finestra, come ladri un po’ goffi, e poi protendersi verso la mangiatoia per beccare uno alla volta i semi di girasole. Ho visto le tortore, pasciute e insaziabili, abbuffarsi di miglio bianco. E i cardinali rossi aspettare timidamente sul ramo di pero che finissero.

Col tempo l’effetto novità si è affievolito. Ma la bellezza degli uccelli continua ad attirare la mia attenzione. Le sfumature di azzurro che si mescolano tra le ali e la coda della ghiandaia mi ricordano i quadri di Mondrian. Per poter osservare i riflessi mobili e cangianti delle sue piume, ho dovuto più di una volta allontanare le tortore voraci. In quei momenti, e nella routine quotidiana del riempire la mangiatoia, ho dimenticato le mie ansie.

Il fatto che qualcosa di così semplice come osservare degli uccelli potesse liberarmi dall’oppressione della mia mente, per me è stata una sorpresa. Quando ho iniziato a soffrire di depressione frequentavo una scuola evangelica e i fedeli erano soliti pronunciare un verso tratto dal Vangelo secondo Matteo: “Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro?” Ammetto che questo verso mi dava zero conforto. Non ero sicuro di credere ancora in un padre benevolente. E poi avevo visto talmente tanti uccellini morti nelle fauci del mio gatto da dubitare che contassero qualcosa agli occhi del Padre

Devo dire però che per quanto gli uccelli non siano ancora nel mio caso una fonte divina di consolazione, mi danno comunque qualcosa che per me ha molto più valore: un po’ di sollievo, un’opportunità di spostare la mia attenzione da dentro a fuori, dai miei pensieri alla grazia e alla bellezza del mondo. Non so se il Padre celeste li nutre, ma so che io lo faccio.