[Testo] Episodio 139: I Tre Veleni della Mente

Secondo il buddismo la radice di ogni sofferenza è l’ego, il forte senso di sé che ci separa dalle verità dell’essere vivi, dell’essere parte del Tutto e dell’essere felici.

Dal momento che l’ego è il senso di sé, ci sta che i tre veleni mentali di cui parla il buddismo abbiano a che fare con l’attaccamento all’ego. I tre veleni possono essere espressi con le frasi “per me”, “contro di me” e “non mi riguarda”.

Ciascuno dei tre veleni ha conseguenze importanti sul nostro modo di stare nel mondo e sulla nostra consapevolezza. Le tre frasi sintetizzano i cosiddetti klesa, o afflizioni mentali. Tradizionalmente i klesa vengono raffigurati con un gallo, un serpente e un maiale, metafora che personalmente non mi piace e che considero ingenerosa. Detto questo, nonostante apprezzi i tre animali non credo sia saggio permettere ai klesa di prosperare. L’unico effetto che hanno è di rendere inutile ogni nostro tentativo di diventare la miglior versione possibile di noi stessi.

“Per me” può essere tradotto come attaccamento, avidità, passione, desiderio di controllare, possedere o manipolare. Forse anche come lussuria. Qualsiasi cosa ci piace e desideriamo, ne vogliamo di più, ad ogni costo. È la versione disfunzionale di amore, compassione e gioia. Si basa sul desiderio dell’ego di perpetuare sé stesso e di arraffare tutto ciò che lo fa stare meglio. È l’apoteosi di un modo di vivere orientato alla sopravvivenza, che nasce dalla paura di non avere a sufficienza, dal vedere il bicchiere mezzo vuoto, dall’idea che quello c’è non è abbastanza perché ciascuno possa averne abbastanza. Non di più o di meno, semplicemente abbastanza.

Così come con passione e impegno ogni cosa negativa può essere trasformata in positiva, anche questo modo di pensare orientato alla paura e alla scarsità può essere trasformato in un altro più salutare, orientato all’amore e all’abbondanza. Questo è quello che dice il buddismo.

“Contro di me” è la mentalità del vedere nemici ovunque, del sentirsi minacciati dal mondo. È il desiderio di evitare o scappare da qualcosa, e anche la volontà di nuocere ad altri pur di ottenere ciò che vogliamo o proteggerci da ciò che percepiamo come minaccioso. E poiché la minaccia può apparire concreta e manifestarsi in tanti modi, si tratta di un’illusione molto potente. Per superarla è necessario andare oltre l’idea di un pericolo esterno, e riconoscere che siamo noi stessi a creare quel pericolo con i nostri pensieri e i nostri atteggiamenti. Quando facciamo un simile cambio di prospettiva acquistiamo grande saggezza. Anche in questo caso quindi dal negativo può nascere il positivo. Al giorno d’oggi “contro di me” è forse il veleno che causa maggiore sofferenza all’umanità ed è per questo che richiede la nostra massima attenzione. Se riusciamo a estirpare quel modo di pensare dai nostri cuori e dalle nostre menti possiamo farlo anche negli altri. Può sembrare un’impresa impossibile, perché quel pensiero si amplifica nel suo continuo riflettersi da una persona all’altra, ma gli specchi ogni tanto si rompono ed è allora che possiamo vedere le verità più profonde.

“Non mi riguarda” è un altro modo per dire non mi interessa o mi è indifferente. L’indifferenza è un atteggiamento egoista che si fonda sull’ignorare la nostra connessione col Tutto. Non siamo monadi autonome e indipendenti, questo è un altro inganno dell’ego. Siamo parte del Tutto. Quando mediti sul Tutto inizi a vederlo come una realtà concreta. È come pretendere di isolare la singola onda dalla totalità del mare. Impossibile. L’onda si forma ma non è mai separata dal mare. Cresce e ricade sempre in lui. La stessa cosa vale per noi e il resto dell’universo.

Queste illusioni che oscurano le verità più profonde sulla nostra vera natura ci rendono infelici. Quando riusciamo a vedere oltre troviamo invece una profonda felicità. È il passaggio da una forma di pensiero dualistica ad una inclusiva e unitaria, ed è anche il rendersi conto che la nostra gratificazione immediata non deve mai avere la precedenza sulla sofferenza dell’altro. Questa illusione che chiamiamo indifferenza ha in sé poche possibilità di redenzione. E per quanto sia possibile trasformarla, non è compito facile, se non prendendo atto della sua natura fondamentalmente sbagliata.