[Testo] Episodio 112: Pensi Troppo? Medita!

Quale neoinsegnante di meditazione, tendo a promuovere i benefici della pratica chiedendo a chiunque se l’hanno provata. La risposta più frequente che ricevo è “no, ho troppi pensieri”. Oppure “ho lasciato perdere perché non riuscivo a svuotare la mente”.

Quando rispondono così mi verrebbe voglia di prenderli per le spalle e di scuoterli, anche se mi rendo conto che non sarebbe molto coerente con il mio ruolo. È proprio perché giudicano la propria esperienza che quelle persone non colgono l’aspetto più importante della meditazione, che è quello di aiutarti ad accettare qualsiasi stato mentale, che tu sia pieno di pensieri, preoccupato, tendente a pensare al futuro o al passato, o quant’altro.

È la pratica: notare che la mente non si ferma mai, accettarlo e ogni volta che si distrae, riportare gentilmente l’attenzione al momento presente.

Nota. Accetta. Riporta. Nota. Accetta. Riporta. La pratica è questa.

Dopo alcuni minuti passati a praticare, la mente inizierà a distrarsi di meno. Potrai mantenere più a lungo la tua attenzione sul respiro, sui suoni attorno a te, sulle sensazioni fisiche. Sarai un po’ più consapevole. La tua mente non sarà vuota, ma piena – di sensazioni, suoni, odori, sapori.

Meditare però non vuol dire soltanto godersi i propri sensi. La ricerca neuroscientifica mostra che la meditazione provoca cambiamenti strutturali nel cervello. Alcuni studi hanno rivelato che i meditatori abituali possono sperimentare un ispessimento delle aree cerebrali collegate all’elaborazione cognitiva. Ci sono anche evidenze che la meditazione può ridurre il volume dell’amigdala, la parte del cervello che gestisce la reazione di attacco o fuga ed emozioni come l’ansia, la paura e l’aggressività.

La componente accettante della pratica ha un altro beneficio: impari che non devi necessariamente credere ai tuoi pensieri. Alcuni pensieri sono utili, ma la maggior parte non lo sono. Stai pensando cosa preparare per cena e l’idea del pollo arrosto ti riporta alla mente cosa ha mangiato tuo marito la settimana scorsa alla festa di Denise, che ti ricorda la strana conversazione che hai avuto con il nuovo compagno di Denise, che ti fa pensare a quanto sei impacciata con gli altri, eccetera eccetera eccetera.

Passiamo così tanto tempo incollati davanti allo schermo che abbiamo in testa, a credere a tutto ciò che pensiamo, non tanto come se fosse vero, ma come se fosse reale.

Mi ricordo la prima volta che mi sono reso conto che potevo scegliere se credere ai miei film mentali oppure no. Avevo più o meno 25 anni, e iniziavo ad interessarmi di meditazione.

La mia fidanzata dell’epoca mi invitò ad un incontro tenuto dalla psicologa Tara Brach. C’era anche un monaco buddista nepalese di nome Tsoknye Rinpoche, un uomo di bassa statura, molto giovane, con occhiali sottili e i capelli rasati a zero.

Rinpoche guidò una meditazione di venti minuti e poi iniziò a parlare di come la Mindfulness può calmare emozioni molto intense. Terminò la prima frase del suo discorso con le parole “l’essenza dell’amore”; fu allora che notai la mia distrazione e i pensieri che mi inondavano la mente che dicevano: io sono meglio di queste persone, non ho bisogno di questa roba un po’ da figli dei fiori, sono un tipo a posto, normale.

Poi Rinpoche raccontò una barzelletta che diceva: “se volete andare in India, vi consiglio di alloggiare o nell’albergo più economico o in un albergo a cinque stelle. Il motivo? Anche quello più economico non è un granché”.

Quella notte scrissi sul mio blog personale: “Ciò che il monaco stasera ha detto e le sue idee mi hanno portato a riflettere sui grandi temi della vita, poi con il suo umorismo mi ha distolto da quei pensieri prima che mi ci potessi abituare. È stato abile a non farmi disconnettere secondo le mie solite modalità, che sono quelle di pensare che sono meglio degli altri e una spanna sopra alla situazione in cui mi trovo”.

Ripensandoci, non fu tanto quello che disse Rinpoche. L’esperienza – per me nuova – di poter notare la mia distrazione era piuttosto la conseguenza del fatto che avevo appena meditato.

Per la prima volta avevo la sensazione di poter scegliere se credere ai miei film mentali, o per dirla con Tara Brach, alla mia trance. La Brach sostiene che “come esseri umani siamo condizionati ad evitare il contatto diretto con le emozioni più intense e dolorose”. “Il risultato è una trance in cui ci ritroviamo separati dalla nostra interezza, dalla nostra vitalità, dalla nostra intelligenza e dalla nostra capacità d’amare”.

Non stupisce che ci sentiamo così frammentati e distratti, incapaci di rimanere focalizzati sul nostro lavoro, sulle nostre relazioni, sui nostri amici a su tutte le cose che abbiamo a cuore.

Siamo talmente identificati con i nostri film mentali che ci dimentichiamo di respirare fino in fondo, di sentire il nostro corpo, e di prestare attenzione a quello che abbiamo intorno. Accendiamo il pilota automatico e pensiamo al futuro, il che ci dà una perenne sensazione che qualcosa non va, qualcosa manca, qualcosa è incompleta.

Fare esercizio fisico, parlare di argomenti profondi, o fare sesso, possono restituirci un po’ di consapevolezza, ma per poco tempo. In un attimo le strategie evitanti della nostra mente tornano alla carica. Pensi “non riesco a smettere di pensare” ed è un altro giudizio che ti allontana dal momento presente.

Poi ti siedi a meditare per la prima volta, e ti rendi conto che nonostante questo i tuoi film mentali non smettono. Ti concentri sul respiro, corpo e mente si rilassano, ma i pensieri continuano ad arrivare. Allora pensi “perché non riesco a rilassarmi? Forse la meditazione non fa per me. Penso troppo”.

Purtroppo non riesci a vedere che questi giudizi altro non sono che ulteriori pensieri. Anzi, gli credi come se fossero parte del tuo film, reali al cento per cento.