[Testo] Episodio 152: La Meditazione Mi Rende Passivo?

Condurre gruppi di meditazione in carcere è un’esperienza affascinante soprattutto per le differenze rispetto a gruppi simili che si tengono nel mondo ordinario. La cultura, i valori e le priorità della vita in carcere sono diverse rispetto a quelle di un normale centro di pratica o di yoga.

Per quanto detenuti e popolazione normale cerchino nella pratica gli stessi benefici, che sono calma, concentrazione e compassione, tali benefici non hanno lo stesso peso nei due contesti. Una mente calma e concentrata nel mondo ordinario crea una serie di effetti positivi sulle vite nostre e di chi ci sta vicino. In carcere invece una mente calma e compassionevole può addirittura essere controproducente.

Di recente durante un gruppo di pratica che si è svolto nella sezione maschile di un carcere, un partecipante mi ha chiesto: la meditazione mi rende passivo?

Alla mia richiesta di spiegare meglio la sua domanda, mi ha detto “per esempio se un tipo si ferma davanti a me, immobile e mi impedisce di camminare, non voglio fare la figura del debole che cambia direzione senza dirgli niente”.

Allora gli ho chiesto “come pensi di dover rispondere a una situazione del genere?”

Lui mi ha detto “voglio che sappia che sta facendo una cosa sbagliata. Temo che la meditazione mi chieda invece di fare un passo di lato. In questo modo quel tipo penserà che può fare di me quello che vuole”.

Gli ho raccontato una storia.

Ogni genitore sa che quando un bambino di due anni sta giocando con un gioco e un altro bambino glielo porta via, cosa fa il primo bambino? Picchia quello che gli ha portato via il gioco.

Ora, diresti per questo che il bimbo di due anni è forte? Che è tosto? No, probabilmente no, perché è quello che fanno tutti i bambini di quell’etá.

Quindi se un tipo si mette in mezzo e vuoi essere sicuro che non lo faccia più, lo guardi in modo minaccioso, lo spintoni e magari gli metti pure le mani addosso. In altre parole, fai esattamente quello che farebbe un bambino di due anni. Quando reagiamo ad uno stimolo, quando diamo fuori di matto perché qualcuno ci fa qualcosa e usiamo il nostro corpo per minacciarlo, ci stiamo comportando come un bambino di due anni, non come un adulto.

A questo punto gli ho chiesto: “a te sembra il comportamento di una persona forte?”

Ci ha pensato un attimo poi mi ha detto “forse no, ma allora cosa dovrei fare? Nel momento in cui gli altri ti vedono come un debole, se ne approfittano”.

La discussione si è allargata a tutta la sala e altri detenuti hanno iniziato a dire la loro.

“La forza non è solo fisica”, ha detto qualcuno. Un altro ha aggiunto “la maggior parte delle persone vuole semplicemente provocarti, se li ignori ti lasciano stare”.

Per circa mezz’ora i partecipanti hanno discusso di questa cosa, portando anche le loro esperienze personali nel relazionarsi con persone aggressive. La maggior parte ha sottolineato come le cose si siano sempre risolte per il meglio quando hanno evitato una escalation emotiva.

Al termine uno dei volontari ha richiamato una frase di Bruce Lee che dice: l’emozione può essere il tuo nemico. Se cedi all’emotività, sei perso. È necessario fare amicizia con le proprie emozioni, perché il corpo segue sempre la mente.

La vera forza non è nei nostri pugni e non è nemmeno nella nostra volontà di combattere. La vera forza sta nel non attaccamento, nella capacità di mantenere il proprio equilibrio a prescindere da ciò che fanno gli altri.

Uomini come Bruce Lee non sono forti per la loro capacità di combattere e di sopraffare fisicamente qualcun’altro. Sono forti perché sono in grado di regolare le proprie emozioni, e proprio per questo raramente devono ricorrere alla forza fisica.