[Testo] Episodio 068: Il Dono Supremo

Cosa significa “vivere nel momento presente”?

Al giorno d’oggi la prima reazione di molte persone a questa frase potrebbe essere di scetticismo o addirittura di derisione. Uno che vive nel momento presente non è forse un edonista, un libertino? Dal momento che passiamo gran parte della nostra vita nel passato o nel futuro, pensiamo che “essere presenti” voglia dire essere immersi in distrazioni – talvolta tossiche – che ci aiutano a fuggire dal malessere di ciò che è stato o di ciò che sarà. Se ci vantiamo sempre del nostro disimpegno, impegnarsi può sembrare una mancanza di coraggio.

Vivere nel presente significa smettere di fuggire. L’idea più comune è che per fuggire facciamo uso di alcune distrazioni – droga, alcol, sesso, idealismo e ogni tipo di divertimento. Ma la nostra attitudine alla fuga si manifesta a livelli ben più sottili e profondi. Ci distraiamo con sogni irrealizzabili, idee sul mondo, relazioni effimere, falsi valori. E potrei continuare.

Conosco persone che dopo anni dalla laurea tirano ancora avanti con gli stessi lavoretti post universitari. Ogni sei mesi sento sempre la stessa storia: “Tengo duro ancora per un po’, ho diverse idee che sto portando avanti, i miei progetti per il futuro sono altri. Aspetto solo il momento giusto”. C’è eccitazione per ciò che sarà, ma viene subito smorzata da un’evidente incapacità di realizzare i propri desideri. Tale incapacità è frutto di una paralisi che nasce dalla paura. La paura dell’ignoto può davvero tenerci in scacco.

Purtroppo rimandare ciò che il nostro cuore ci dice di fare è la suprema forma di fuga. E fare ciò che sappiamo di dover fare (spesso con grande difficoltà) a volte può essere la suprema forma di presenza.

Allora perché rimandiamo le decisioni importanti? Perché zittiamo le nostre voci interiori più autentiche e diamo invece spazio a illusioni effimere?

In primis, perché è più facile. Come esseri umani siamo in grado di adattarci a qualsiasi cosa. Gli psicologi hanno trattato ampiamente il concetto di “rullo edonico”, ovvero il processo per il quale l’essere umano si adatta di continuo a nuovi piaceri e ne cerca sempre di nuovi, fino a diventare insaziabile. Così come un uomo non è mai sazio del denaro o del potere che ha, allo stesso modo si adatta molto facilmente a dosi di sofferenza sopportabili. Per l’essere umano, l’angoscia ultima è l’ignoto.

Preferiamo la nostra dose abituale di sofferenza all’incertezza del cambiamento. A livello macroscopico, l’evidenza di questo principio è ovunque. Il mondo è parecchio inefficiente, ne sono un esempio gli enormi apparati burocratici che fanno di tutto per rendere complicati anche i compiti più semplici. Le persone si rifiutano di migliorare i processi, perché farlo li metterebbe in difficoltà. Ogni volta che deleghiamo la nostra responsabilità a qualcuno o a qualcosa d’altro, aggiungiamo ulteriore inefficienza.

A livello microscopico individuale, vale lo stesso principio. Per paura ci rifiutiamo di fare ciò che è bene per noi. Impegnarsi e dedicare energie in un ideale, in un lavoro, in una relazione, fa paura. Impegnarci in un ideale, in un lavoro o in una relazione che il nostro cuore ci dice essere quella giusta per noi, ci fa ancora più paura perché ci costringe a rinunciare a tutte le possibili alternative. In una cultura fortemente individualista dove la libertà del singolo viene prima di tutto, limitare le proprie possibilità è considerata alla stregua di una forma di schiavitù. L’aspetto ironico è che questa paura della limitazione, questa paura di ridurre la propria vita alle sue verità essenziali, tiene molte persone imprigionate in una gabbia psicologica per anni, talvolta per decenni. Per la mia generazione, impegnarsi in questo modo appare spaventoso, e ogni decennio che passa sempre meno giovani scelgono di impegnarsi in matrimoni duraturi, carriere gratificanti o valori ideologici, atterriti all’idea che il tempo possa un giorno dimostrare che si sono sbagliati.

Trovare ciò che cerchiamo richiede sacrificio, disagio e pazienza. Lo impariamo durante la meditazione. Le gambe fanno male, la mente galoppa, e stare seduti in silenzio con il nostro uragano di pensieri a volte ci sembra come stare sulla poltrona del dentista. Ma col tempo impariamo che se solo riusciamo a stare con questo disagio e ad attraversarlo, non è poi così terribile. L’alternativa – tradire noi stessi e rinunciare alla consapevolezza – è facile, ma alla lunga ci fa soffrire molto di più.

Non voglio incoraggiare il sacrificio di sé o il masochismo fine a se stesso. Sarebbe sciocco. Quello che è importante ricordare è che siamo capaci di accogliere molta più incertezza e molto più disagio di quanto crediamo. Sperimentarlo in prima persona, lanciarci nel vuoto spaventoso dell’ignoto e lasciare che le nostre ali si dispieghino, è il dono supremo che possiamo farci. Ma prima è necessario tuffarsi.