[Testo] Episodio 103: I Due Volti Della Mindfulness (Che Migliorano la Pratica)

Può essere utile sapere che esistono due modi in apparenza opposti di considerare la meditazione, e ciascuno assume più o meno importanza a seconda dell’insegnante e della tradizione meditativa. Talvolta nello stesso contesto uso i linguaggi di entrambi questi modi, perché sono ugualmente veri e importanti e la tensione che scaturisce dalla loro contrapposizione è alquanto creativa e utile.

LA MEDITAZIONE COME METODO

Un modo è quello di vedere la meditazione come qualcosa di strumentale, come un metodo, una disciplina che ci permette di coltivare, affinare e approfondire la nostra capacità di prestare attenzione e stare nella consapevolezza del momento presente. Più pratichiamo il metodo, che di fatto può essere un insieme di metodi, più rendiamo stabile l’osservazione di qualsiasi oggetto o fenomeno che sorge nel nostro campo percettivo, dentro e fuori di noi. Questa stabilità può essere sperimentata sia prestando attenzione al corpo che alla mente ed è spesso accompagnata da una percezione più vivida e una modalità di osservazione più rilassata. Tale pratica porta al sorgere spontaneo di momenti di chiarezza e svelamento sulla reale natura delle cose e su noi stessi.

Questo approccio considera la meditazione qualcosa di progressivo; la possiamo rappresentare come una freccia orientata verso la saggezza, la compassione e la chiarezza, con una traiettoria che ha un inizio, un punto intermedio e una fine, per quanto il percorso non si possa certo definire lineare e a volte si abbia l’impressione di fare un passo avanti e sei indietro. Sotto questo aspetto, la meditazione non è diversa da qualsiasi altra competenza che possiamo sviluppare con l’esercizio. E ci sono istruzioni e insegnamenti che ti guidano lungo la via.

Questo modo di considerare la meditazione è necessario, importante e valido. Ma – ed è un grosso ma – anche se lo stesso Buddha ha meditato intensamente per sei anni ed è arrivato a straordinarie realizzazioni in termini di libertà, chiarezza e comprensione, questo modo di descrivere la meditazione come metodo è parziale e può dare un’idea sbagliata di cosa vuol dire veramente meditare.

LA MEDITAZIONE COME MODO DI ESSERE

Proprio come i fisici sono stati costretti dai risultati dei loro esperimenti e dei loro calcoli a descrivere la natura delle particelle elementari in due modi complementari, sia come particelle che come onde, anche se di fatto sono una cosa sola – ma qui il linguaggio fallisce perché a quel livello microscopico non ci sono più cose ma piuttosto proprietà dello spazio e dell’energia – così anche la meditazione può essere descritta in un secondo modo, altrettanto valido, che è fondamentale per comprenderne appieno il significato.

Questo secondo modo ci dice che qualsiasi cosa sia la meditazione, non è strumentale. Se è un metodo, è il metodo del non metodo. Non è un fare. Non c’è nessun posto dove andare, niente da praticare, nessun inizio, nessun punto intermedio e nessuna fine, nessun risultato né niente da ottenere. Piuttosto, invece, è la realizzazione, l’incarnazione diretta in questo preciso istante di chi sei già, fuori da ogni spazio, ogni tempo e da concetti di qualsiasi tipo, un dimorare nella natura più autentica del tuo essere, in quello che a volte viene chiamato stato naturale, mente primordiale, pura consapevolezza, no mente o semplicemente vuoto. Sei già tutto ciò che vorresti essere, quindi non è necessario alcuno sforzo di volontà, nemmeno per riportare l’attenzione al respiro, e non c’è niente da raggiungere. Ciò che vuoi essere lo sei già. È già tutto qui. Qui è già ovunque, e ora è già sempre. Per parafrasare Kabir, poeta sufi del quindicesimo secolo, non c’è alcun tempo, alcuno spazio, alcun corpo né alcuna mente. E non c’è alcun obiettivo nel meditare, è l’unica attività, o meglio non-attività umana, fine a sé stessa, l’unica dove non esiste altro scopo che non sia l’essere presenti a quello che c’è.

Per esempio, come possiamo pensare di “diventare” il nostro piede se non è in primo luogo separato da noi? Non ci verrebbe mai in mente di “diventare” il nostro piede, perché è già lì. La mente pensante lo fa diventare un piede, un oggetto, ma a meno che non sia amputato dal corpo, non è un’entitá separata con una sua esistenza intrinseca. È semplicemente la parte terminale della gamba, che serve a farci camminare e a farci stare in posizione eretta. Quando pensiamo, è un piede, ma quando stiamo nella consapevolezza, al di là del pensiero, è semplicemente ciò che è. E ce l’hai già; non è altro da te e non lo è mai stato. Stesso discorso per i tuoi occhi, le tue orecchie, il tuo naso, la tua lingua e ogni altra parte del tuo corpo. Come ha detto San Francesco “ciò che stai cercando è colui che cerca”.

Allo stesso modo, come puoi “diventare” il sentire, il conoscere o la mente primordiale, quando quest’ultima, per dirla con Ken Wilber, è colei che sta ascoltando queste parole? Come puoi “diventare” un essere sensoriale quando i tuoi sensi sono già pienamente operativi? Le tue orecchie già sentono, i tuoi occhi già vedono, il tuo corpo già percepisce. È solo quando li trasformiamo in concetti che di fatto li separiamo dalla totalità del nostro essere, che per sua natura è non diviso, è già intero, già completo, già senziente, già sveglio.

LA SINTESI DEI DUE MODI

Questi due modi di vedere la meditazione sono complementari e paradossali, proprio come lo sono la natura ondulatoria e corpuscolare della materia. Nessuno dei due è di per sè completo. Preso singolarmente, nessuno dei due è totalmente vero. Insieme, sono entrambi veri.

Per questo è importante conoscere e tenere presenti tutt’e due le definizioni di meditazione fin dall’inizio della pratica, in particolare per la Mindfulness. Così facendo corriamo meno rischi di cadere nella trappola del pensiero dualistico, che ci porta o a sforzarci di diventare ciò che siamo già, o a crederci già ciò che di fatto non siamo, anche se, tecnicamente parlando, potrebbe essere vero e lo siamo già. Non è semplicemente che abbiamo le potenzialità per diventare qualcosa, per quanto dalla prospettiva strumentale sia così. È che lo siamo già, ma – non lo sappiamo, nel senso che non ne siamo consapevoli. Può essere davanti al nostro naso, vicinissimo, ma nonostante tutto rimane nascosto.

Le due definizioni si completano l’una con l’altra. Quando le teniamo presenti tutt’e due, all’inizio anche solo come idee, lo sforzo che mettiamo nella meditazione seduta o in qualsiasi altra pratica formale, compreso quello di portare la Mindfulness nella nostra vita quotidiana, diventa un giusto sforzo. E a quel punto avremo l’attitudine corretta, perché sapremo che di fatto, in termini di natura fondamentale dell’esistenza e della mente, non c’è alcun posto dove andare e non è necessario alcuno sforzo. In realtà sforzarsi può essere controproducente.

Tenendo presenti queste considerazioni, saremo più portati a ricordarci di essere gentili con noi stessi, rilassati, accoglienti e a vedere le cose con chiarezza, anche nel bel mezzo delle turbolenze che agitano la nostra mente e il mondo attorno a noi. Tenderemo meno a idealizzare la pratica e a perderci in fantasie su cosa diventeremo se “pratichiamo bene”. Tenderemo meno a farci trascinare nelle acrobazie della nostra reattività, saremo più propensi a lasciare andare e a dimorare senza sforzo nel non-fare, nel non-affannarci, nella nostra primordiale mente di principiante, in altre parole nella consapevolezza stessa, senza nient’altro da fare se non l’essere presenti a ciò che c’è. Questo stare nella consapevolezza delle cose così come sono non ha nulla a che fare con le istruzioni di pratica che magari, giustamente, ci ripetiamo se vediamo la meditazione da una prospettiva strumentale.

Dal punto di vista temporale, quello che il Buddha ha chiamato “retto sforzo” – nel senso di sforzo saggio – è assolutamente necessario, e lo impariamo sulla nostra pelle man mano che coltiviamo la pratica nel corso dei giorni, delle settimane, dei mesi, degli anni e dei decenni. Perché è fuor di dubbio che ci perderemo nell’incessante agitazione del corpo e della mente. È fuor di dubbio che spesso, quando ci siederemo a meditare, scopriremo che la nostra attenzione dura poco ed è difficile da sostenere, e la consapevolezza è spesso offuscata, la mente non è affatto chiara e luminosa e l’oggetto d’attenzione non è per niente vivido, e questo a prescindere da qualsiasi cosa ci raccontiamo circa lo stato primordiale della mente e la sua natura vuota e luminosa. È cruciale quindi che ci ricordiamo di rimanere seduti invece che scattare in piedi non appena la mente si agita o si annoia; è cruciale che ci ricordiamo di ritornare al respiro, o di lasciare andare quel flusso di pensieri che ci ha portati via; è cruciale che ci ricordiamo di ritornare ancora una volta e sempre alla consapevolezza stessa. Perché tutte queste situazioni, e in ultima analisi qualsiasi cosa emerge nel momento presente, rappresentano il vero “curriculum” di quel momento, il vero “curriculum” della Mindfulness e della vita stessa.

Dopo aver praticato per un po’ di tempo tenendo presenti queste due definizioni di meditazione, quella strumentale e quella non strumentale, scoprirai che piano piano sono diventate come vecchi amici e alleati. Gradualmente, ma talvolta anche improvvisamente, la meditazione trascende tutte le idee di pratica e di sforzo, e qualsiasi sforzo facciamo per meditare di fatto non è più uno sforzo, ma amore. I nostri sforzi diventano conoscenza incarnata di noi stessi, e quindi saggezza incarnata. In realtà nulla di straordinario. Più che un fare è un essere, in quanto la differenza sostanziale che c’è tra noi e la consapevolezza stessa non è maggiore di quella che c’è tra noi e il nostro piede. Siamo tutt’uno.

E tuttavia…il piede di un Mikhail Baryshnikov o di una Martha Graham all’apice della loro carriera non è esattamente lo stesso di una persona normale come noi. Sebbene nella loro natura più profonda siano la stessa cosa, i loro piedi “sanno” qualcosa che forse i nostri non sanno. Possiamo rimanere meravigliati di questa somiglianza o di questa differenza. Possiamo innamorarcene. E possiamo anche essere questa somiglianza o questa differenza. Perché, di fatto, la siamo già.