[Testo] Episodio 167: Dammi del Tabacco!

Negli ultimi anni, libri di meditazione, riviste e perfino registrazioni audio di discorsi sulla Mindfulness hanno fatto il loro ingresso nelle carceri. Ricevo spesso lettere dai detenuti, soprattutto del Nord America. Uno di loro mi ha scritto “Quando sono in cima alle scale e guardo in basso, vedo i miei compagni correre su e giù, e vedo la loro sofferenza, la loro agitazione. Vorrei che potessero fare quello che faccio io, camminare su e giù per le scale in consapevolezza, al ritmo del respiro. Quando lo faccio, sento la pace dentro di me, e quando sento la pace dentro di me posso vedere chiaramente la sofferenza degli altri”.

Un’altra volta mi ha scritto un detenuto nel braccio della morte che aveva ricevuto due copie del mio libro Essere Pace. Il libro gli era piaciuto e in cella aveva iniziato a praticare la meditazione seduta. Un giorno, un suo compagno della cella a fianco aveva picchiato il pugno sul muro e urlando gli aveva chiesto del tabacco. Nonostante il detenuto che meditava avesse smesso di fumare da tempo, conservava ancora un po’ di tabacco. Allora aveva strappato la prima pagina di Essere Pace, ci aveva messo dentro del tabacco e l’aveva passata al compagno, nella speranza che anche lui potesse trarre beneficio da Essere Pace. Gli aveva dato solo una piccola parte del tabacco che aveva. La volta dopo gli aveva passato pagina due, poi pagina tre e così via. Alla fine gli aveva passato tutto il libro, una pagina alla volta.

All’inizio il suo compagno aveva battuto il pugno sul muro, aveva urlato e bestemmiato. Poi però col tempo si era calmato e alla fine era diventato molto più tranquillo.

Il giorno che il suo compagno è uscito di prigione, è passato davanti alla sua cella, si sono guardati e insieme hanno recitato una frase del libro, che ormai conoscevano a memoria.

È chiaro che l’aspetto punitivo non può essere l’unica risposta ai crimini e alla violenza. Possiamo fare cose molto più efficaci e compassionevoli per aiutare chi ha infranto la legge. Una volta mi hanno chiesto di scrivere una lettera per incoraggiare Daniel, detenuto nel braccio della morte a Jackson, in Georgia, negli Stati Uniti. Aveva commesso il suo reato a diciannove anni, ed era in cella da tredici. Praticamente aveva passato in carcere tutta l’età adulta. Mentre il giorno dell’esecuzione si avvicinava, aveva letto un mio libro e lo aveva trovato di conforto.

Inviai a Daniel alcune righe scritte a mano, in cui gli dicevo che “molte persone attorno a te vivono nella rabbia, nell’odio e nella disperazione, e questo gli impedisce di entrare in contatto con l’aria fresca, il cielo azzurro o il profumo intenso di una rosa. Sono in una specie di prigione. Ma se pratichi la compassione, se puoi vedere la loro sofferenza, e se ogni giorno cerchi di fare qualcosa per aiutarli a soffrire di meno, sei libero. Un giorno di compassione vale più di cento giorni senza.”

Noi che viviamo fuori e soffriamo meno possiamo fare qualcosa per aiutare quelli che stanno dentro. La pena di morte non è che il segno della nostra debolezza e della nostra impotenza. Non sappiamo cosa fare e scegliamo la soluzione per noi più facile. È un urlo disperato quando una società deve uccidere un essere umano. È possibile riconciliare giustizia e compassione. Ed è possibile dimostrare che la vera giustizia è fatta anche di pietà e comprensione.