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La Mindfulness ci insegna a lasciare andare i pensieri, le immagini, i giudizi e i monologhi interiori senza afferrarli né respingerli, e a osservarli come fenomeni insostanziali, transitori che nascono, crescono e muoiono se solo prestiamo loro un po’ di attenzione. Con il progredire della pratica i nostri film mentali si alleggeriscono ed emergono spontaneamente le qualità incommensurabili della compassione, dell’equanimità e dell’amorevole gentilezza.

La nostra vera natura.

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La postura del corpo è un oggetto d’attenzione sempre presente che ci permette di dare continuità alla nostra pratica. E per quanto la postura seduta sia quella ritenuta più idonea per sviluppare la consapevolezza, l’invito del Buddha è a praticare in tutte le situazioni e in tutte le posture: quando siamo seduti, in piedi, sdraiati, mentre camminiamo e, più in generale, mentre ci muoviamo. Così facendo ogni istante della nostra giornata può diventare un’opportunità per irrobustire il muscolo dell’attenzione, stabilizzare la mente e coltivare le qualità del cuore.

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Nei moderni contesti di insegnamento della Mindfulness, essa viene definita in diversi modi: come atto del ricordare, come capacità di essere presenti momento dopo momento, o come una combinazione di consapevolezza e chiara comprensione (sati-sampajanna in lingua Pali).

Un elemento comune a tutte le definizioni è l’idea di Mindfulness come processo relazionale, ovvero Mindfulness non è soltanto sapere ciò che sta accadendo dentro e fuori di me ora, come ad esempio “sto sentendo un suono”. Mindfulness è sapere in un certo modo, ovvero senza attaccamento, senza avversione e senza delusione.

Il semplice essere consapevole momento dopo momento che sto sentendo un suono, assaporando un gusto o percependo una sensazione fisica è certamente di grande beneficio. Ma il fatto che tale consapevolezza sia libera da attaccamento, avversione e delusione è la base per intuizioni e trasformazioni più profonde e durature.

E’ proprio perché riduce nella nostra mente le reazioni abituali e dolorose di attaccamento, avversione e delusione, e perché tale riduzione è la premessa per vedere più chiaramente verità che sono sempre presenti, ma spesso nascoste alla nostra consapevolezza, come la natura interconnessa di tutto ciò che esiste, che la Mindfulness conduce a più amorevole gentilezza.

La Mindfulness è chiamata “la grande protettrice” perché è l’antidoto alla reattività con cui ci relazioniamo alla nostra esperienza. Ci protegge perché ci aiuta a rompere l’incantesimo delle storie, dei miti, delle abitudini, dei pregiudizi e delle bugie che talvolta avvolgono le nostre vite. Possiamo dissolvere quelle visioni distorte e arrivare a vedere con molta più chiarezza ciò che è vero. E quando questo accade, possiamo dare forma alla nostra vita in modo diverso.

Torniamo per un momento al sentire un suono consapevolmente. Ad esempio, il rumore di un cantiere che sta costruendo nuovi alloggi nel centro di meditazione dove stiamo praticando. Ci sono così tanti modi di sentire quel rumore. Lo sentiamo e ci riempiamo di gioia pensando alla generosità dei tanti benefattori che hanno contribuito alla realizzazione dei lavori? Lo sentiamo e ci rallegriamo per il fatto che il centro potrà ospitare ancora più praticanti? Lo sentiamo e ci arrabbiamo perché il rumore sta disturbando la nostra pratica? Lo sentiamo e malediciamo gli operai, che stanno semplicemente lavorando per guadagnarsi da vivere?

La Mindfulness ci insegna che c’è differenza tra il semplice sentire il suono e la storia che gli costruiamo attorno, e quando siamo in grado di vedere quella differenza possiamo guardare a quella storia e vedere se vogliamo perpetrarla, agire in base ad essa oppure no. Possiamo sentire il suono e diventare sempre più coinvolti, reattivi, irritati; o possiamo sentirlo e guardare alla natura dell’esperienza, a cosa sta realmente accadendo dentro di noi. Ciò non significa che non faremo mai nulla nei confronti di suoni irritanti. Significa invece che guarderemo alla nostra reazione con l’intenzione di comprenderla appieno, e capire se, di fatto, l’azione che vogliamo intraprendere è appropriata.

La Mindfulness ci invita ad essere svegli e presenti con equilibrio e serenità, sia quando la nostra esperienza è piacevole, che quando è spiacevole o neutra. Attraverso la continua coltivazione della presenza mentale vediamo la nostra abitudine all’attaccamento, all’avversione, alla delusione, e impariamo a liberarcene. E questa libertà è il terreno fertile dal quale fiorisce l’amorevole gentilezza nei confronti di noi stessi e degli altri.

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Gli allievi dei corsi mi chiedono talvolta di poter accedere a livelli più avanzati di pratica. Domanda legittima, considerata la nostra abitudine a scandire l’apprendimento per livelli successivi. Paradossalmente, però, domanda superflua per ciò che riguarda la Mindfulness. Infatti, una volta che abbiamo imparato a praticare quando sediamo, quando camminiamo, quando stiamo in piedi e quando siamo sdraiati, abbiamo tutto ciò che serve per sviluppare una solida pratica di consapevolezza che, se solo siamo motivati a farlo, possiamo coltivare per tutta la vita e della quale possiamo cogliere e condividere tutti i benefici possibili.

Quindi, ascoltiamo le sensazioni dell’aria che entra e dell’aria che esce. Focalizziamo la nostra attenzione amorevole sul respiro. E continuiamo così, semplicemente.

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Una definizione ampiamente accettata di Mindfulness la descrive come il prestare attenzione a ciò che accade dentro e fuori di noi, nel momento presente, in modo intenzionale, saggio e non giudicante. Nella densità di significato che tale definizione racchiude, le parole “dentro” e “fuori” vengono di solito date un po’ per scontate, anche se non lo sono affatto.

Quando parliamo di “fuori”, in realtà questo non è qualcosa di esterno a noi, ma è ciò che i nostri sensi e la nostra mente ci rappresentano di esso. Questo “fuori” che vediamo, annusiamo, tocchiamo, sentiamo, gustiamo e pensiamo, è di fatto “dentro” di noi e parecchio limitato rispetto alla realtà reale, che è notevolmente più ricca rispetto a come la percepiamo.

Inoltre, la nostra personale interpretazione di ciò che i nostri sensi fisici e mentali ci permettono di conoscere, è influenzata da idee e concetti che si sono sedimentati nel nostro sistema nervoso e, salvo rare eccezioni, intercettano il momento presente deviandolo dall’esperienza sensoriale diretta e immediata verso un’esperienza indiretta e mediata da quanto la memoria e la mente ci suggeriscono su di esso.

In altre parole, il nostro contatto con la realtà è spesso ridotto o manipolato da noi stessi, se non talvolta addirittura assente. Viviamo come in un sogno e non ce ne accorgiamo.

La pratica ci aiuta a vedere le cose come sono realmente e non come esse appaiono. Osservare il respiro, i pensieri, le sensazioni fisiche, e lasciarli andare, dirada la nebbia interiore. Con il sostegno di benevolenza, pazienza e determinazione impariamo a vedere i meccanismi con cui interpretiamo la realtà.

La pratica ci risveglia dal sogno.

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