[Testo] Episodio 030: Mindfulness e Neuroscienze

Il cervello umano è l’oggetto in assoluto più complesso, una massa gelatinosa grigio-rossastra che in media pesa 1200 grammi ed è costituita da circa 100 miliardi di cellule, dette neuroni. All’interno di ciascun neurone vi è un processore – il nucleo – e diverse batterie che forniscono energia – i mitocondri. Dal corpo cellulare si diramano numerose propaggini chiamate neuriti, classificati come dendriti o assoni. I dendriti formano strutture ramificate che si intrecciano con analoghe strutture di altri neuroni, mentre l’assone permette la trasmissione degli impulsi elettrici verso i tessuti o verso altri neuroni. Ogni neurone crea fino a 1000 connessioni con i neuroni vicini o con altre aree del cervello. Questa rete di collegamenti così estesa e capillare permette agli impulsi elettrici – e quindi alle informazioni – di viaggiare da un’area cerebrale all’altra in tempi nell’ordine dei millisecondi.

Il cervello umano è organizzato in maniera gerarchica: le parti più antiche che controllano gli impulsi più primitivi e istintuali sono avvolte dalle parti più recenti che controllano le funzioni superiori quali quelle cognitive, sensoriali e motorie.

Il cervello è composto da tre parti principali: il prosencefalo, il mesencefalo e il rombencefalo. Il prosencefalo comprende il cervello, il talamo e l’ipotalamo (che è parte del sistema limbico). Il mesencefalo è formato dal tetto e dal tegmento. Il rombencefalo è composto dal cervelletto, dal ponte di Varolio e dal midollo.

Spesso il mesencefalo, il ponte di Varolio e il midollo vengono chiamati tronco encefalico, che è la parte più antica formatasi oltre 500 milioni di anni fa. Ricorda parecchio il cervello di un rettile. È responsabile dei riflessi involontari che controllano il respiro, il battito cardiaco e la digestione, e che coordinano il movimento e la percezione sensoriale.

Il mesencefalo è composto da neuroni il cui compito è regolare la temperatura e controllare i micro movimenti del corpo.

La parte più evoluta è il prosencefalo, che è formato dagli emisferi cerebrali – ciò che di solito chiamiamo cervello – dall’ipotalamo e dal talamo. Gioca un ruolo importante anche all’interno del sistema limbico, un insieme di strutture cerebrali associate all’espressione delle emozioni. Negli ultimi 100.000 anni il peso del cervello umano è quasi triplicato e la maggior parte di questa crescita ha riguardato gli emisferi cerebrali. I neuroni del prosencefalo svolgono funzioni di controllo cognitivo, sensoriale e motorio e regolano le funzioni riproduttive, la fame, il sonno e l’espressione delle emozioni.

Le emozioni vengono innescate nel cervello dai pensieri, che spesso sono inconsci. Quando ci troviamo di fronte a una potenziale minaccia, questa può generare sentimenti di paura, rabbia o l’impulso a fuggire. La reazione è talvolta sproporzionata rispetto alla causa che l’ha scatenata.

Lo stress è considerato un fattore importante in molte patologie. I primi ricercatori che si sono occupati di stress hanno scoperto che a prescindere dalla causa ambientale, nell’organismo veniva attivata una risposta fisiologica generalizzata chiamata “combatti o fuggi” o Sindrome Generale di Adattamento. Quando incontriamo una fonte di stress, la parte del corpo che per prima nota lo stimolo trasmette il segnale al cervello. I problemi fisici correlati allo stress includono un abbassamento della risposta immunitaria, tensione muscolare cronica e pressione alta. Questi problemi possono sfociare in malattie importanti come infarti, patologie renali e cancro. Considerato lo stile di vita che conduciamo, padroneggiare le emozioni stressogene ha senz’altro senso, quindi migliorare le capacità di pensiero del “cervello razionale” può aiutarci a non agire i comportamenti automatici immagazzinati nei gangli basali.

I risultati delle risonanze magnetiche mostrano che dopo un percorso di Mindfulness di otto settimane l’amigdala – quella parte di cervello che controlla la risposta “combatti o fuggi” – sembra ridursi di dimensioni. Quest’area primordiale, associata alla paura e alle emozioni, ha un ruolo fondamentale nell’innescare la risposta da stress nel nostro corpo. Quando l’amigdala si riduce, la corteccia pre-frontale – associata a funzioni cerebrali superiori come consapevolezza, concentrazione e processi decisionali – si ispessisce. La pratica della Mindfulness ci aiuta a riconoscere e ad osservare i nostri schemi di pensiero. I praticanti sviluppano la capacità di riconoscere il sorgere dei pensieri, e di osservarli in modo distaccato senza identificarsi con essi, disinnescando così qualsiasi reazione emotiva automatica.

Il classico conflitto tra ragione ed emozione è di fatto quello tra amigdala e corteccia frontale, con quest’ultima in grado di calmare la prima mediante l’elaborazione razionale degli stimoli in entrata.

La teoria secondo cui un emisfero cerebrale sarebbe dominante ha avuto origine con Roger Sperry, neurobiologo e neuropsicologo vincitore del premio Nobel. Sperry ha scoperto che l’emisfero sinistro del cervello di solito elabora le informazioni in modo razionale, logico, sequenziale e analitico. L’emisfero destro invece tende a mettere in relazione le informazioni, integrandole e sintetizzandole, ed è la sede dell’intuito. Lavorando insieme, ovvero condividendo processi logici e processi creativi, i due emisferi realizzano una sintesi più completa. Uno studio condotto dall’Universitá dello Utah ha sfatato il mito. I neuroscienziati hanno analizzato oltre 1000 risonanze magnetiche eseguite su persone di età compresa tra i 7 e i 29 anni. I risultati non hanno mostrato alcuna evidenza che un emisfero cerebrale è dominante rispetto all’altro. Il cervello è essenzialmente interconnesso e i due emisferi si supportano l’uno con l’altro sia a livello di processi che di funzioni.

Jon Kabat-Zinn definisce la Mindfulness come “la consapevolezza che emerge dal prestare attenzione all’esperienza presente, momento dopo momento, in modo intenzionale e non giudicante”. Su questa definizione generale concordano anche altri autori che descrivono la Mindfulness come “una consapevolezza equanime e non giudicante dei propri stati e processi mentali, coltivata momento dopo momento. Questa definizione implica un’attenzione costante e immediata a sensazioni fisiche, stimoli sensoriali, stati affettivi, pensieri e immagini mentali”. Gli interventi basati sulla Mindfulness iniziano di solito con pratiche concentrative volte a rinforzare il controllo attenzionale, come ad esempio prestare attenzione al respiro o a parti del corpo. Col tempo la pratica evolve verso forme di attenzione aperta e diffusa a tutto ciò che c’è dentro e fuori di noi, momento dopo momento. Durante la pratica di Mindfulness, l’amigdala, attraverso l’ipotalamo, modifica l’attività del sistema nervoso autonomo. Dapprima, il picco di massima attivazione del sistema nervoso parasimpatico produce uno stato di pace e rilassamento; in seguito, con il sopraggiungere di altri fattori nervosi e ormonali, è il sistema nervoso simpatico a raggiungere la sua massima attivazione, producendo uno stato mentale di chiarezza e lucidità. Gli effetti fisiologici, ad esempio la variazione del ritmo respiratorio, della frequenza cardiaca e della pressione sanguigna, sono il risultato dell’azione dell’amigdala sulle strutture del mesencefalo che controllano tali funzioni. Sia l’area associativa dell’orientamento che quella verbale-concettuale sono virtualmente inattive. Un’assenza di attività nell’area associativa destra dell’orientamento dá luogo a una sensazione di unità e interezza, mentre un’assenza di attività nell’area associativa sinistra ha come risultato una dissoluzione dei confini tra sé e non-sé. Per quanto riguarda la regolazione delle emozioni, la Mindfulness allena l’area prefrontale favorendo l’attivazione e il consolidamento di un pathway sensoriale non-concettuale, alternativo rispetto alle strategie convenzionali di ri-apprendimento cognitivo.

In esperimenti condotti durante programmi MBSR, i soggetti coinvolti hanno mostrato una maggiore connettività funzionale nelle reti neurali visiva e auditiva; una maggiore connettività funzionale tra la corteccia uditiva e le aree associate ai processi attenzionali e autoreferenziali; una forte correlazione inversa tra la corteccia visiva e quella uditiva; e una maggiore correlazione inversa tra la corteccia visiva e le aree associate ai processi attenzionali e autoreferenziali. Questi risultati ci dicono che 8 settimane di training di Mindfulness possono modificare i legami funzionali intrinseci del cervello secondo modi che riflettono un focus attenzionale più stabile e costante, una maggiore capacità di elaborare gli stimoli sensoriali e una maggiore consapevolezza della propria esperienza sensoriale.

La meditazione di consapevolezza comprende un ventaglio di pratiche volte a focalizzare l’attenzione e la presenza mentale. Esistono due macrocategorie di meditazione, chiamate concentrativa e aperta. All’inizio il praticante utilizzerà una pratica concentrativa per migliorare la qualità e l’intensità dell’attenzione. Quindi sarà possibile passare a una pratica aperta, che implica prestare attenzione momento dopo momento a tutto ciò che sorge nel proprio campo percettivo.

In un esperimento sono state studiate le caratteristiche dell’ippocampo analizzando le risonanze magnetiche di 30 meditatori esperti e quelle di un gruppo di controllo composto da 30 soggetti. Si è riscontrato che il volume dell’ippocampo, in particolare di quello sinistro, era maggiore nei meditatori esperti. Le conseguenze di un ippocampo di dimensioni maggiori possono fornire le basi neurologiche per le abilità cognitive, le capacità mentali e i tratti personali associati alla pratica meditativa.

Saperne di più sugli interventi che migliorano il funzionamento della mente tornerà utile quando ci troveremo ad affrontare situazioni stressanti e anche per ridurre i fattori di rischio che possono favorire l’insorgere di malattie neurodegenerative. Quando è stata praticata per otto settimane, la Mindfulness ha dato riscontri positivi, e più la si pratica, maggiori sono i benefici.