A cuore aperto nei momenti difficili

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Negli ultimi anni, con l’enorme diffusione della Mindfulness in contesti laici, sono nate un ventaglio di micro pratiche utili in particolari situazioni quotidiane. Spesso per comodità vengono identificate con un acronimo. Quella oggetto di questo post si chiama RAEN, dalle iniziali delle quattro fasi che la compongono, ovvero Riconoscimento, Accettazione, Esplorazione e Non-identificazione. RAEN può aiutarci a rimanere presenti anche di fronte ad emozioni intense e difficili.

Nonostante il carattere laico, tale pratica affonda le radici nel secondo fondamento della presenza mentale, quello che riguarda le cosiddette vedana, generalmente tradotte come sensazioni, ovvero il tono edonico che attribuiamo momento per momento alla nostra esperienza: mi piace, non mi piace, mi è indifferente. Di solito tendiamo ad afferrare tutto ciò che ci piace, evitiamo ciò che non ci piace e neppure notiamo ciò che ci è indifferente.

Praticata in situazioni emotivamente cariche, RAEN de-condiziona le modalità abituali con le quali resistiamo al dispiegarsi dell’esperienza presente. Non importa se resistiamo con uno scatto d’ira, con una sigaretta o con un fiume di pensieri; il tentativo di controllare ciò che accade dentro e fuori di noi ci allontana inesorabilmente dalla nostra verità più profonda. Il Riconoscimento è il primo passo per smontare questi schemi inconsci.

Riconoscere significa vedere ciò che è vero dentro di noi. Inizia nel momento in cui portiamo attenzione a qualsiasi pensiero, emozione o sensazione stia sorgendo in noi ora. Per scoprire, magari, che è più facile connettersi a certe parti della nostra esperienza piuttosto che ad altre.

Accettare è lasciare che i pensieri, le emozioni e le sensazioni si manifestino così come sono. Talvolta potremmo provare un senso di avversione (“non mi piace”), un desiderio di evitamento nei confronti di quello che è, ma a mano a mano che diventiamo più disponibili a rimanere presenti, noteremo emergere una diversa qualità dell’attenzione.

Esplorare vuol dire fare leva sul nostro innato desiderio di verità per dedicare un’attenzione più focalizzata all’esperienza presente. Fermarci e chiederci, “Cosa sta succedendo dentro di me?” può dare inizio al Riconoscimento, ma è con l’Esplorazione che la nostra indagine diventa più attiva e puntuale. Potremmo chiederci: “Cos’è che reclama maggiormente la mia attenzione ora?” oppure “Com’è nel corpo?” oppure “Cosa sta cercando di dirmi questa sensazione?”

La presenza lucida, aperta e gentile evocata nelle prime tre fasi di Riconoscimento, Accettazione e Esplorazione, conduce all’ultima: la spaziosità della Non-identificazione, e il conseguente sorgere di una naturale presenza. Non-identificazione significa che il nostro senso di chi siamo non è più definito da un insieme limitato di emozioni, sensazioni o vissuti. Quando allentiamo l’identificazione con il nostro “piccolo Sé”, diventiamo l’apertura e l’amore che scaturiscono dalla nostra naturale presenza. Le prime tre fasi della pratica richiedono intenzionalità. La quarta, invece, ne è il frutto: uno stato di naturale presenza. Non c’è nulla che dobbiamo fare — esso matura spontaneamente, da sé. Noi, semplicemente, dimoriamo in una spaziosa e liberante consapevolezza.

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