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Nel post precedente ho accennato a due metodi per uscire dal pilota automatico, tornare al corpo e risvegliarci durante la nostra vita quotidiana. Gli stessi metodi possiamo utilizzarli anche per conoscere gli stati mentali e le tendenze emotive che abitano in noi.

Magari c’è rabbia, che si manifesta in diverse forme. All’inizio è importante vederla come il frutto della medesima radice avversiva che dà vita ad altre emozioni, come la paura. Diamole un nome, sentiamo come si manifesta nel corpo, notiamo se è solida e immutabile oppure amorfa e cangiante, e osserviamo quando passa. A quel punto, com’è nel nostro corpo-mente?

E’ importante fare questo lavoro di consapevolezza con tutti gli stati mentali, siano essi piacevoli, spiacevoli o neutri. Possiamo scegliere due o tre etichette così da non complicare troppo la pratica: ad esempio paura, tristezza, gioia. La pratica qui non consiste nel definire alla perfezione il nostro stato mentale, quanto notare che questo strato di esperienza sorge e passa in base a cause e condizioni, è in costante flusso e non abbiamo modo di controllarlo. Così facendo, con il tempo, possiamo imparare a dis-identificarci da quello stato mentale, possiamo imparare a non considerarlo come “io” o “mio”. Diversamente, non faremo altro che aggiungere ulteriore sofferenza alle nostre vite.

La pratica di Mindfulness è uno strumento delicato e straordinariamente efficace per coltivare il benessere nostro e delle creature che ci circondano. Cosa aspettiamo a praticare?

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Le prime tre fasi dell’Insight Dialogue, la meditazione interpersonale creata da Gregory Kramer, sono a tutti gli effetti una riformulazione della pratica di Mindfulness: Pause – Relax – Open, ovvero disattiva il tuo pilota automatico tornando al corpo, rilassati e accogli quello che c’è, e infine espandi la tua consapevolezza anche a ciò che ti circonda. Strutturata, breve e semplice, se non fosse che per noi umani perennemente indaffarati e spesso distratti, la prima fase, il Pause, è la sfida più difficile da superare. Il motivo? Perché rimaniamo immersi nella nostra inconsapevolezza senza (quasi) mai rendercene conto. Due rimedi possono aiutarci a spezzare questo circolo vizioso: in primo luogo, una pratica formale costante che riprogrammi la nostra attenzione verso “risvegli” spontanei durante la giornata; secondariamente, farci aiutare da supporti tecnologici e non, ad esempio suoni del telefonino o post-it appiccicati su oggetti d’uso quotidiano, che funzionino da promemoria per uscire dal continuo flusso di pensieri e contenuti mentali che ci accompagnano da mane a sera, e a volte anche di notte.

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Sebbene la maggior parte delle pratiche meditative siano solitarie – e la Mindfulness non fa eccezione – la nostra vita spesso tumultuosa si svolge soprattutto in relazione. In altre parole, osservare in maniera accogliente e non reattiva ciò che accade nel momento presente in una situazione semplificata, mentre sono seduto sul mio cuscino e in silenzio, non necessariamente si traduce in una presenza stabile durante le normali interazioni sociali. Anzi, chi è già praticante avrà forse notato come la relazione umana sia un terreno in cui tendiamo a scivolare repentinamente e inconsapevolmente in atteggiamenti abituali e automatici. Questo scarto tra pratica formale e vita di relazione è il principale stimolo che mi ha portato a proporre un percorso di Mindfulness interpersonale, ovvero un percorso dove imparare a coltivare la presenza meditativa anche nella quotidianità dei nostri rapporti umani.

Le grandi tradizioni meditative ci insegnano che tutto può essere meditazione, che ogni momento può diventare occasione di presenza consapevole, ma nella vita reale quell’ambizione si rivela alquanto difficile da realizzare. Serve davvero una lunga esperienza di pratica per poter mantenere uno stato di presenza meditativa nelle nostre relazioni.

Nella vita di tutti i giorni è più facile mantenere uno stato meditativo se siamo immersi nel silenzio, e per questa ragione diverse tradizioni utilizzano attività manuali come occasione per coltivare la calma interiore. In Medio Oriente, la tessitura dei tappeti e la lavorazione del rame; nelle comunità cristiane, la carpenteria; nei gruppi di Gurdjieff, tutto, dal cucinare al costruire, è occasione per sviluppare presenza mentale. In tali situazioni si creano condizioni favorevoli per resistere all’essere divorati dagli automatismi di attaccamento e avversione e per mantenere viva l’attenzione al proprio lavoro interiore. Tuttavia, quando proviamo a portare tale lavoro nell’ambito relazionale, veniamo inghiottiti dai nostri condizionamenti: emozioni, ruoli sociali, aspettative.

Per “vincere” la sfida della Mindfulness in relazione è fondamentale recuperare la nostra naturale capacità di stare in ascolto di noi stessi e, al contempo, dell’altro. Ovvero, imparare ad osservare momento dopo momento, in maniera rilassata, accogliente e non compulsiva, ciò che accade in noi, nell’altro e nel campo energetico che co-creiamo. Coltivare una pratica interpersonale ci aiuterà a diventare esseri umani più lucidi, più gentili, più compassionevoli.

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Ho scritto più volte su questo blog che la pratica di Mindfulness può includere la nuda attenzione, o manasikara, ma non si riduce ad essa. Una componente importante della Mindfulness è infatti quella del ricordare. In sostanza, essere “mindful” significa essere presenti a ciò che accade qui e ora ma anche metterlo in relazione con il nostro vissuto, ricordandoci dei nostri pensieri, emozioni, comportamenti e tendenze mentali e delle conseguenze che hanno avuto su di noi e sugli altri. Quando tale aspetto della Mindfulness si combina con la nuda attenzione, connette i molteplici momenti di esperienza, presente e passati, favorendo la comprensione. Un po’ come accade nel gioco “unisci i puntini”, gradualmente appare una figura coerente e possiamo cogliere un quadro d’insieme delle nostre esperienze di vita.

Questa visione d’insieme è preziosa: ci aiuta a discernere ciò che è salutare, ovvero riduce la sofferenza, da ciò che non lo è. E ad agire per il beneficio nostro e di tutti gli esseri senzienti.

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Nella mia esperienza, Mindfulness e poesia formano un fertile connubio. Da tempo la poesia è parte integrante dei protocolli Mindfulness e, nonostante non sia un elemento essenziale del percorso, ha molto da offrire e può aiutare lo sviluppo e la coltivazione della pratica. La poesia ci parla della condizione umana e celebra i paradossi dell’esistenza; si rivolge ai nostri cuori e ci aiuta a comprendere noi stessi su un piano intuitivo che scavalca la mente pensante.

Talvolta al termine degli incontri leggo una poesia per sottolineare emotivamente passaggi importanti della pratica. Questo genera in molti un senso di libertà e apertura, permettendo una spaziosità interpretativa, un fiorire dei sensi, e una profonda comprensione, del tutto diversa rispetto a quella cognitiva. Proprio come la Mindfulness, la poesia non cerca di aggiustare le cose ma agisce come uno specchio o una lente che ci aiuta a vederle più chiaramente.

E’ lo stesso Kabat-Zinn a suggerire l’idea della poesia come una lente che può “…migliorare la nostra visione…la nostra capacità di sentire l’intensità e l’importanza delle nostre esperienze, delle nostre menti, delle nostre vite, con modalità che possono aiutarci a comprendere dove la pratica ci sta invitando a guardare, a cosa ci sta invitando ad aprirci, e soprattutto, cosa ci sta permettendo di sentire e conoscere”.

Ogni poesia vibra in modo diverso in ciascuno di noi. Per questo, a volte, prima della lettura suggerisco ai partecipanti di prestare attenzione ai suoi effetti sul corpo e sulla mente. Li invito a notare cosa accade in loro durante l’ascolto, provando a osservare ciò che c’è in maniera curiosa, morbida e rilassata, con compassione e non giudizio.

Come nel caso di questi versi di John Welwood.

Lascia perdere il Risveglio
Siediti ovunque tu sia
E ascolta il vento che canta nelle tue vene.
Senti l’amore, l’anelito, la paura nelle tue ossa.
Apri il tuo cuore a chi tu sei, proprio adesso,
Non a chi ti piacerebbe essere,
Non al santo che ambisci di diventare,
Ma all’essere che è proprio qui davanti a te, dentro di te, attorno a te.
Tutto ciò che sei è benedetto.
Tu sei già di più e di meno
Di qualsiasi cosa tu possa sapere.
Espira,
Tocca,
Lascia andare.

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